UN RICORDO
100 post! Un traguardo! Almeno per me, sempre preso da mille cose, scrivere 100 post è un traguardo! Sapendo che vivo il blog come una creatura famelica che chiede sempre nuovi contenuti, nuove idee, sempre diverse, che stupiscano, 100 post meritano un festeggiamento! Il blog è un passatempo, e come tale va coltivato quando se ne ha voglia. Quando si ha qualcosa da dire. Quel qualcosa da dire che è lì, sulla nostra strada. Solo che noi non siamo ancora arrivati in quel punto per vederlo. E raccontarlo. Questo post è un po' il punto di incontro di una ricorrenza (100 post!) e del raggiungimento di un punto sulla strada che percorro.
L'altro giorno ero al supermercato. Con mia moglie e mia figlia. Lascio che la spesa la faccia mia moglie. A me piace perdermi e girovagare senza meta fra gli scaffali dei prodotti. Osservare le scatole. I colori. La disposizione dei prodotti. Le foto che pubblicizzano quel prodotto stampate sulle scatole. E ora mi piace farlo ancora di più. Perché posso far vedere tutto questo a mia figlia. Raccontarle cosa si trova nelle scatole. Osservarla mentre scopre forme e colori nuovi. Mentre studia le altre persone che incontriamo nelle corsie. E' un bel gioco. I supermercati sono luoghi così freddi. Anzi, non-luoghi. Enormi contenitori di "cose" (costose) disposte ad arte affinché noi le si possa comprare. E non ci rendiamo conto che la maggior parte di quelle cose non ci servono. Vivremmo sicuramente meglio senza molte di esse. Ma non sappiamo resistere alla tentazione. Siamo tanti sfortunati Ulisse attirati dal canto delle sirene del consumismo. A differenza del vero Ulisse, che salvò la sua nave, noi distruggiamo i nostri portafogli sugli scogli implacabili delle casse prima dell'uscita.
Divago. Torniamo al ricordo. Ero al supermercato. Giro come sempre e stavolta un prodotto attira la mia attenzione. Una scatola di biscotti. Mi fermo. La prendo. Sorrido. Li ho ritrovati dopo tanto tempo. Corro a cercare mia moglie con il carrello e metto dentro la scatola. Lei sorpresa. Poi torno al mio solito giro. Con mia figlia in braccio. E la mente a tanti anni fa...perché quelli non sono solo biscotti. Sono il ricordo di un'esperienza.
Quando piccolino, ad agosto, si andava in ferie. A casa dei nonni. A casa dei parenti lontani che i tuoi genitori avevano lasciato tanti anni prima. Si partiva di sera per arrivare la mattina dopo. La meta era lontana. Si viaggiava in treno. Ma mica quelli di oggi. Veloci (si fa per dire) con l'aria condizionata (si fa per dire anche questo). Quelli di una volta. Che quando salivi il caldo, l'umidità e l'odore di chiuso, di metallo, di legno, ti colpivano come un pugno. Dove gli spazi erano stretti. E stavi gomito a gomito con persone che alla fine del viaggio potevi quasi considerare amici. Perché non esistevano telefoni con internet dove nascondersi. I treni con la cartina geografica dell'Italia appesa in corridoi. Che guardavi ad ogni stazione per sapere dove ti trovavi. E le carrozze piene di gente e di valigie. Uomini. Donne. Bambini. Tutti che lasciavano il nord, la fabbrica, la casa, la scuola per tornare alla loro vera casa. Anche solo per poche settimane. Tutti tornavano alla loro vita. Quella vera. Guardavo incuriosito tutta quella moltitudine di cose e persone. Tutti si sobbarcavano, come me, un viaggio di migliaia di chilometri, solo per poter tornare alle loro origini. Per dimenticare anche solo per poco il freddo nord.
La notte era lunga. Chi dormiva. Chi fumava in corridoi. Il caldo. Il buoi fuori dal finestrino. Poi d'improvviso le luci delle stazioni . Gente che saliva. Altra che scendeva. Lo strattone del treno che ripartiva. Un panino per cena che tua mamma aveva preparato. Poche ore di sonno, nella cuccetta. Cullato dallo sferragliare del treno lanciato nel buio. Su lenzuola e cuscino di tessuto sintetico. Lavati e usati mille volte. Sembrava quasi di percepire l'odore delle persone che le avevano usate prima di te. Poi finalmente l'alba. La meta sempre più vicina. Poche ore ancora. La luce riempiva lo scompartimento. Il naso schiacciato sul finestrino a guardare un paesaggio diverso. Gli occhi di bambino stupiti ancora pieni di sonno. Nell'aria l'aroma del caffè fatto il giorno prima e conservato in un termos. Ancora caldo dopo tutte quelle ore. E quei biscotti. Le più belle colazioni della mia vita. Guardando un mondo sconosciuto da un finestrino sporco e opaco immaginando le mille avventure che avrei vissuto quell'estate.
Quei biscotti venivano comprati solo per quell'occasione. Mai durante il resto dell'anno. Biscotti che forse proprio grazie a questo adesso hanno il sapore di quel viaggio. Il sapore di un bellissimo ricordo.
Alla prossima...
L'altro giorno ero al supermercato. Con mia moglie e mia figlia. Lascio che la spesa la faccia mia moglie. A me piace perdermi e girovagare senza meta fra gli scaffali dei prodotti. Osservare le scatole. I colori. La disposizione dei prodotti. Le foto che pubblicizzano quel prodotto stampate sulle scatole. E ora mi piace farlo ancora di più. Perché posso far vedere tutto questo a mia figlia. Raccontarle cosa si trova nelle scatole. Osservarla mentre scopre forme e colori nuovi. Mentre studia le altre persone che incontriamo nelle corsie. E' un bel gioco. I supermercati sono luoghi così freddi. Anzi, non-luoghi. Enormi contenitori di "cose" (costose) disposte ad arte affinché noi le si possa comprare. E non ci rendiamo conto che la maggior parte di quelle cose non ci servono. Vivremmo sicuramente meglio senza molte di esse. Ma non sappiamo resistere alla tentazione. Siamo tanti sfortunati Ulisse attirati dal canto delle sirene del consumismo. A differenza del vero Ulisse, che salvò la sua nave, noi distruggiamo i nostri portafogli sugli scogli implacabili delle casse prima dell'uscita.
Divago. Torniamo al ricordo. Ero al supermercato. Giro come sempre e stavolta un prodotto attira la mia attenzione. Una scatola di biscotti. Mi fermo. La prendo. Sorrido. Li ho ritrovati dopo tanto tempo. Corro a cercare mia moglie con il carrello e metto dentro la scatola. Lei sorpresa. Poi torno al mio solito giro. Con mia figlia in braccio. E la mente a tanti anni fa...perché quelli non sono solo biscotti. Sono il ricordo di un'esperienza.
Quando piccolino, ad agosto, si andava in ferie. A casa dei nonni. A casa dei parenti lontani che i tuoi genitori avevano lasciato tanti anni prima. Si partiva di sera per arrivare la mattina dopo. La meta era lontana. Si viaggiava in treno. Ma mica quelli di oggi. Veloci (si fa per dire) con l'aria condizionata (si fa per dire anche questo). Quelli di una volta. Che quando salivi il caldo, l'umidità e l'odore di chiuso, di metallo, di legno, ti colpivano come un pugno. Dove gli spazi erano stretti. E stavi gomito a gomito con persone che alla fine del viaggio potevi quasi considerare amici. Perché non esistevano telefoni con internet dove nascondersi. I treni con la cartina geografica dell'Italia appesa in corridoi. Che guardavi ad ogni stazione per sapere dove ti trovavi. E le carrozze piene di gente e di valigie. Uomini. Donne. Bambini. Tutti che lasciavano il nord, la fabbrica, la casa, la scuola per tornare alla loro vera casa. Anche solo per poche settimane. Tutti tornavano alla loro vita. Quella vera. Guardavo incuriosito tutta quella moltitudine di cose e persone. Tutti si sobbarcavano, come me, un viaggio di migliaia di chilometri, solo per poter tornare alle loro origini. Per dimenticare anche solo per poco il freddo nord.
La notte era lunga. Chi dormiva. Chi fumava in corridoi. Il caldo. Il buoi fuori dal finestrino. Poi d'improvviso le luci delle stazioni . Gente che saliva. Altra che scendeva. Lo strattone del treno che ripartiva. Un panino per cena che tua mamma aveva preparato. Poche ore di sonno, nella cuccetta. Cullato dallo sferragliare del treno lanciato nel buio. Su lenzuola e cuscino di tessuto sintetico. Lavati e usati mille volte. Sembrava quasi di percepire l'odore delle persone che le avevano usate prima di te. Poi finalmente l'alba. La meta sempre più vicina. Poche ore ancora. La luce riempiva lo scompartimento. Il naso schiacciato sul finestrino a guardare un paesaggio diverso. Gli occhi di bambino stupiti ancora pieni di sonno. Nell'aria l'aroma del caffè fatto il giorno prima e conservato in un termos. Ancora caldo dopo tutte quelle ore. E quei biscotti. Le più belle colazioni della mia vita. Guardando un mondo sconosciuto da un finestrino sporco e opaco immaginando le mille avventure che avrei vissuto quell'estate.
Quei biscotti venivano comprati solo per quell'occasione. Mai durante il resto dell'anno. Biscotti che forse proprio grazie a questo adesso hanno il sapore di quel viaggio. Il sapore di un bellissimo ricordo.
Alla prossima...

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